Le leggi della Pienezza

Ho finito pochi giorni fa di leggere Le leggi della Pienezza Creare, innovare, produrre cose. di Rich Gold, Bruno Mondadori, 2007.

Nel complesso è un libro che mi sento assoultamente di consigliare; surfa su un sacco di temi interessanti: Rich Gold, l’autore, parte dalla sua esperienza autobiografica di artista scienziato designer e ingegnere per toccare temi filosofici molto pregnanti sulla società dei consumi. Di fondo tenta di dare una giustificazione e un senso all’opera di qualcuno che partecipa alla creazione di nuova roba. Roba è un termine usato molto, perlomeno così ce lo ha restituito il traduttore: e da l’idea di una ricerca di linguaggio molto facile e accessibile. Bella l’edizione. Insomma lo consiglio.

Voglio mettere qui sotto alcuni passaggi che ho trovato molto interessanti nella classificazione del concetto di arte e artista: Rich Gold parla dei cappelli che ha indossato nella sua vita; a proposito dell’arte parla di sottocappelli.

“Quelli che praticano le belle arti (…) indossano un basco. Questi artisti lavorano a partire da se stessi, dalle proprie visioni. Cercano di esprimere il loro modo di essere e le loro idee, e l’arte che ne vien fuori è una rappresentazione. (…) L’economia fondametale del basco delle belle arti funziona così: quelli che lo indossano si guadagnano da vivere (ammesso che guadagnino) producendo uno scarso numero di oggetti che vendono per rsorbitanti somme di denaro, solitamente alle aziende, al governo oppure ai ricchi. In un passato no troppo remoto, anche alla Chiesa. (…) Stranamente però, chi indossa il basco si considera il più delle volte un outsider, addirittura in antitesi con la potente élite.

(…)Il secondo cappello è quello dell’arte popolare, rappresentata da un cappellino da baseball. Gli artisti che lo indossano sono più concentrati sulle sensazioni del pubblico che sulla visione interiore. (…) L’economia di questo tipo di arte sta nel produrre opere altamente replicabili – film, canzoni pop, televisione, videogiochi, vestiti e molti libri. Le opere stesse sono spesso molto costose da produrre, ma l’obiettivo è venderne un numero enorme a un prezzo relativamente piccolo. Gli artisti non sono sostenuti dalle aziende, anche perché ne fanno parte essi stessi e se ne servono per la produzione, la pubblicità e la distribuzione.

(…) Per ultimo ci sono quegli artisti che possiamo chiamare artisti folk, rappresentati dal cappello di paglia di uno strimpellatore di banjo.  (…) La mia definizione è questa: gli artisti col cappello di paglia fanno arte per se stessi e per gli amici, non si cimentano nella produzione di arte perché durerà in eterno o perché piacerà a un milione di persone, ma perché è divertente, piacevole e dà soddisfazione, è un modo per interagire e rafforzare i rapporti con amici e parenti. (…) L’economia del cappello di paglia funziona così: se produrla ha un costo, raramente si tartta di soldi, al massimo vi è uno scambio di cifre molto piccole tra produttore e consumatore. Come dicono gli antropologi, è una cultura-dono, che è andata in gran parte perduta.”

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